Oltre il Corpo
“la morte nelle diverse culture”
L’uomo, di fronte alla morte, è sopraffatto da un sentimento di impotenza, misto al desiderio primordiale di proteggere chi ha amato. Quando una persona cara muore, ciò che resta per chi è rimasto in vita è un corpo inerte, che non respira più, non sente, non parla. Eppure, l’affetto e la cura non si dissolvono con l’ultimo respiro: al contrario, l’istinto è quello di preservare il defunto, di proteggerlo.
La copertura del corpo con un velo è il primo atto di difesa. Quel gesto silenzioso racchiude la volontà di nascondere la vulnerabilità del corpo, di custodire un segreto sacro: il passaggio tra la vita e la morte. Il velo diventa uno schermo tra i vivi e i morti, ma anche una carezza simbolica, un ultimo tocco di tenerezza verso chi non può più percepirlo.
Deporre il corpo sotto un cumulo di rocce, un altro atto antico, parla di un bisogno ancora più profondo: quello di proteggerlo non solo dagli elementi naturali, o dalle bestie che potrebbero cibarsene. Le rocce si accumulano come una barriera contro l’oblio, un modo per stabilire un luogo sacro dove il corpo riposa, ancora presente e custodito, anche se in una nuova dimensione.
Infine, la tomba è il simbolo più definitivo di questo processo. Essa diventa il luogo della memoria, la casa che raccoglie il corpo e lo tiene lontano dai pericoli del mondo. È come se il defunto fosse ancora affidato alle cure di chi resta, anche se la comunicazione tra i due mondi è ormai spezzata. Quella pietra, quella copertura, quel cumulo non sono semplici segni di sepoltura, ma monumenti di amore e devozione, eretti per rendere il corpo invulnerabile, quasi immortale, almeno nei ricordi di chi continua a camminare sulla terra.
Nell’antichità, le diverse civiltà e culture nel corso della storia hanno sviluppato approcci unici e diversi alla rappresentazione della morte. Questi approcci sono stati influenzati da una combinazione di fattori credenze culturali, religiosi, sociali, artistici e filosofici.
In questo testo si cerca di sottolineare l’importanza della fotografia come strumento che ferma il tempo, riflettendo il concetto di immortalità, proprio come le pratiche culturali legate alla memoria seguitasi dai popoli.
La connessione tra la morte nelle diverse culture e la fotografia è più profonda di quanto possa sembrare a prima vista. La fotografia, per sua stessa natura, è un mezzo che cattura un momento fugace e lo fissa nel tempo, rendendolo immortale. Come le antiche maschere dei defunti che garantivano un’esistenza eterna, la fotografia preserva ciò che è destinato a scomparire: volti, luoghi, oggetti. Ogni immagine è una testimonianza visiva di ciò che è stato, un frammento di vita congelato in un istante, che trascende il tempo. La fotocamera diventa così una sorta di macchina del tempo, capace di farci viaggiare nel passato e rivedere ciò che non esiste più. Non solo ci permette di ricordare, ma di “rivivere” visivamente ciò che è andato perduto, mantenendo vivo quel legame con il passato. In questo senso, la fotografia non è solo uno strumento per fermare il tempo, ma anche un potente mezzo per rendere eterna la memoria, proprio come le rappresentazioni della morte nelle culture del mondo hanno sempre cercato di fare: fissare ciò che un tempo era vivo e darne una forma duratura e immortale.