Mimesi
imitazione del visibile, l’arte come imitazione del reale.
Foto di Christian Chomiak, Museo del Louvre-Parigi
Mimesi imitazione del visibile
La mimesi è un concetto filosofico e estetico che si riferisce alla rappresentazione o imitazione della natura, della realtà o di eventi attraverso l’arte, il teatro, la letteratura o altre forme espressive. Questa idea è un concetto centrale sia per Platone che per Aristotele, ma viene interpretato in modo diverso dai due filosofi, in base alla loro visione della realtà, della conoscenza dell’arte e nelle loro filosofie estetiche.
Per Platone, la mimesi si riferisce alla “imitazione” della realtà, ma con un’accezione negativa. Nella sua gerarchia ontologica, esposta soprattutto nel “Simposio” e nella “Repubblica”, il mondo sensibile è una copia imperfetta del mondo delle Idee o Forme, che rappresentano la vera realtà. Secondo Platone, l’arte imita il mondo sensibile, quindi è una copia di una copia, allontanandosi ulteriormente dalla verità. Per esempio, un pittore che dipinge una sedia sta solo rappresentando un’apparenza della sedia, che a sua volta è una copia imperfetta dell’Idea di sedia. Per questo motivo, Platone diffida delle arti mimetiche, come la poesia e il teatro, ritenendole ingannevoli e capaci di confondere l’animo umano.
Aristotele, invece, rivaluta la mimesi, considerandola un processo naturale e positivo. Nella “Poetica”, afferma che l’imitazione è alla base dell’apprendimento e della comprensione umana. L’arte, attraverso la mimesi, non si limita a copiare passivamente la realtà, ma la interpreta e la rappresenta in modo da suscitare emozioni e riflessioni. La tragedia, ad esempio, imita le azioni umane, ma lo fa in maniera tale da provocare un impatto educativo e catartico sugli spettatori, delle emozioni di pietà e paura. Per Aristotele, quindi, la mimesi è un modo per raggiungere la comprensione e alla purificazione emotiva, esplorando verità universali attraverso l’arte.
In sintesi, Platone critica l’imitazione per la sua distanza dalla realtà ideale, vede la mimesi come un allontanamento dalla verità, portatrice di inganno e illusioni, mentre Aristotele la difende come un processo creativo e educativo, la interpreta come un mezzo di “conoscenza e riflessione”1In queste due parole, “conoscenza e riflessione”, Aristotele intuisce e anticipa questa profonda necessità scientifica, che verrà sviluppata progressivamente con la scoperta dell’obiettivo da parte di Galileo., capace di rivelare aspetti profondi della natura umana.
La Mimesi come riguarda noi fotografi
“il visibile come lo vede l’occhio umano”.
Nel campo della fotografia, il concetto di mimesi può differire in relazione alle arti più tradizionali come poesia2L’etimologia della parola poesia, dal latino, dal greco, «produrre, fare, creare», in senso più ampio, comporre. La poesia è, frutto della creazione artistica che riesce a trasfigurare il dolore, la sofferenza, le tragedie in bellezza estetica ed etica. e teatro. La fotografia è spesso considerata una forma di rappresentazione più immediata e “realistica” della realtà, poiché cattura immagini direttamente dal mondo fisico.
Tuttavia, nel contesto della fotografia, la mimesi non si limita alla semplice riproduzione della realtà visibile. L’uso dell’obiettivo consente certamente di registrare fedelmente ciò che vediamo, ma le scelte creative del fotografo influiscono profondamente sul risultato finale. La selezione del soggetto, l’inquadratura, la composizione e l’uso della luce sono tutti fattori che possono modificare la percezione dell’osservatore.
Pertanto, sebbene la fotografia tenda a offrire una rappresentazione più “oggettiva” rispetto ad altre forme d’arte, la mimesi in questo contesto è comunque influenzata da scelte soggettive e interpretazioni personali del fotografo.