L'Ottica del Giappone incontro tra Oriente e Occidente
La grande onda di Kanagawa “anticipa”
una forza che arriva dal mare –
e l’uomo,
con eleganza, dovrà contrastarla.
La Grande Onda può essere considerata un ponte tra Oriente e Occidente: grazie all’apertura della cultura giapponese al mondo, quest’opera iconica ha influenzato profondamente l’arte occidentale e ha svolto un ruolo fondamentale nel collegare due mondi culturalmente diversi.
La grande onda, di Katsushika Hokusai - 1830-1831 circa
“Tutto inizia nel lontano 1858 con il Trattato di Amicizia e Commercio Anglo-Giapponese.”
Le relazioni tra britannici e giapponesi iniziarono nel XVII secolo. Durante il periodo Edo, il Giappone adottò una politica di isolamento, nota come sakoku , che limitava fortemente i contatti con il mondo esterno. Tuttavia, con la crescente pressione internazionale e la minaccia di interventi stranieri, il Giappone fu costretto ad aprire i propri porti al commercio estero. Il trattato in questione è noto come Trattato di amicizia e commercio anglo-giapponese.
Le potenze straniere, per convincere i giapponesi ad accettare il trattato, sfruttarono vari fattori, tra cui la dimostrazione delle superiori capacità militari delle navi da guerra, e fecero comprendere al Giappone la necessità di aprirsi al commercio internazionale per evitare un eventuale conflitto.
L’accordo prevedeva l’apertura dei porti al commercio con l’estero, segnando l’inizio del processo di apertura del Giappone al mondo esterno e della modernizzazione della sua economia e società.
È importante notare che questi trattati furono spesso imposti ai paesi asiatici dalle potenze occidentali durante il periodo dell’imperialismo, e l’accettazione non sempre rifletteva un consenso libero e volontario.


Nel 1853, una flotta di navi da guerra americane arriva alla Baia di Tokyo per forzare i giapponesi ad aprirsi al commercio, con l’uso della forza se necessario. Questo episodio rappresenta il primo esempio di quella che sarà poi ribattezzata la “diplomazia delle cannoniere”.
Primo sbarco degli americani in Giappone, sotto il Commodoro M.C Perry a Gore-Hama, 14 luglio 1853 – W. Heine del. ; E. Brown Jr. uscita diretta. ; lit. di Sarony & Co. N.Y.

In sintesi, quando gli Americani arrivarono, dissero ai giapponesi:
Americani: “Aprite il commercio con noi.”
Ma ottennero una risposta negativa.
Giappone: “No.”
Americani: “Allora vi bombarderemo con le nostre cannoniere.”
Ed ecco che, sotto la minaccia dei cannoni, li persuasero.
Giappone: “Perché ci bombardate?”
Americani: “Perché sì. Noi abbiamo la flotta, il cannocchiale e i cannoni.”
Voi, li avete i cannoni?
Giappone: “No.”
Americani: “Allora dovrete aprire i commerci con noi.”
A questo punto, i giapponesi si fermano a riflettere.
Come mai questi occidentali hanno tutte queste armi avanzate? Hanno cannoniere con tre ordini di cannoni, sessanta da una parte e sessanta dall’altra, che sparano palle di ferro grandi come una testa. E noi? Noi abbiamo solo archi e spade! Vuoi vedere che dobbiamo imparare la geometria, la matematica? Che dobbiamo apprendere la scienza occidentale? E che per costruire navi e diventare una potenza dobbiamo studiare Euclide e Pitagora.?
raccolti diffusi da G. Chiaramonte.
E così, da questa breve conversazione, il Giappone capì rapidamente una verità fondamentale: se volevano competere con l’Occidente, dovevano aprirsi, studiare e assorbire il meglio di quelle conoscenze scientifiche e tecniche. E lo fecero con una rapidità sorprendente.
Nel giro di pochissimo tempo, riuscirono a padroneggiare la costruzione degli strumenti ottici e fotografici, settori in cui sarebbero diventati eccellenti. Questa apertura culturale non fu solo un’adozione passiva, ma un’evoluzione consapevole, una fusione tra oriente e occidente che li portò all’avanguardia in molte tecnologie.
È proprio in questo dialogo tra culture, in questa capacità di cogliere e reinterpretare il sapere straniero, che si annida un valore evolutivo. I giapponesi non si limitarono a copiare, ma fecero proprie quelle conoscenze, raggiungendo vette di eccellenza mai immaginate prima.
Il Giappone diventerà il primo produttore di ottiche e macchine fotografiche al mondo.

Un dagherrotipo di Shimazu Nariakira eseguito da Ichiki Shiro, 1857.
Le origini della fotografia in Giappone risalgono alla metà del XIX secolo, quando il paese attraversava una fase di apertura verso l’Occidente dopo oltre duecento anni di isolamento sotto il regime Tokugawa.
Fu grazie all’arrivo dei primi apparecchi fotografici, introdotti da commercianti e diplomatici occidentali, soprattutto olandesi e americani, attraverso i porti aperti di Nagasaki e Yokohama, che il Giappone iniziò a esplorare questa nuova forma d’arte e documentazione.
Le prime fotografie realizzate in Giappone furono probabilmente prodotte da fotografi occidentali per documentare i costumi e i paesaggi giapponesi, destinate a un pubblico occidentale, curioso e spesso affascinato dall’esotico. Uno tra questi e Felice Beato che esercitò una significativa influenza in Giappone, collaborando con altri fotografi e artisti.
Da semplice mezzo di documentazione a strumento artistico, la fotografia ha lasciato un’impronta indelebile nella cultura visiva giapponese, evolvendosi come forma di espressione artistica e documentazione storica. Ha così contribuito a una rinnovata percezione del Giappone, sia all’interno del Paese, sia presso l’opinione occidentale, dove il Giappone veniva visto come terra di tradizione e innovazione.
La fusione tra tecniche occidentali e sensibilità estetiche giapponesi ha continuato a evolversi, dando vita a una scuola fotografica giapponese unica, apprezzata a livello globale fino ai giorni nostri.
Questo modo, è stato anche per molte altre culture: se vuoi rispondere alla sfida dell’Occidente, devi scendere, volente o nolente, sul suo terreno. E questo terreno è fatto di scienza, tecnologia e conoscenza.
…Potremo aggiungere anche un buona dose di pre-potenza.